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Innovare il turismo: meno storia, più memoria

Italia e turismo: mica male!

Tra tutti i settori economici baciati dall’espansione delle telecomunicazioni e dei rapporti fra stati, quello del turismo è sicuramente tra i più floridi. In Italia secondo dati Istat il 2018 ha segnato 128,1 milioni di arrivi, che corrisponde ad un aumento del 3,6% rispetto al 2017. Siamo terzi in Europa.

Insomma, nonostante una gestione non sempre oculata del patrimonio, se non del tutto inefficiente e insufficiente, il bel Paese può ancora permettersi tale appellativo. E noi campiamo di rendita.

Non ci meravigliamo: con tutti i beni artistici e culturali che abbiamo, in Italia oltre al cibo non mancano mai le cose da vedere.

Tutto ciò ci pone terzi in Europa e ottavi nel mondo per offerta turistica. Buon per lo Stato, che ne guadagna economicamente e non solo!

Ma se stiamo così bene, allora perchè parlare di turismo e di innovazione? E che c’entra la memoria?

turisti colosseo
 

Turismo: conoscenza o ricerca del sè? Perchè la gente viaggia?

Un interessante articolo di Crescita-Personale.it spiega molto bene le dinamiche che determinano la “psicologia del viaggiatore“: 8 motivazioni che ruotano quasi tutte intorno alla sfera personale-emotiva e della ricerca del sè.

Si viaggia per conoscersi meglio prima che per conoscere cose nuove insomma, per profondo benessere e ricerca dell’intimo.

Le ragioni nello specifico sono: “ragioni psicologiche soggettive, interpersonali, motivazioni di “fuga”, fisiologiche, ragioni ambientali, esplorative, ragione di status e motivazioni culturali“.

Verrebbe allora da chiedersi perchè, quando si pensa al turismo, ci si immagina sempre una visita che coinvolge gli occhi e, al più, comprende una narrazione molto nozionistica delle cose che si vedono.

“Qui è successo questo e quest’altro, questo monumento è stato fatto per questo da questo tizio qui, ma ora passiamo al prossimo…” e via, come fosse una lezione a scuola.

Chiaro, stiamo generalizzando e sicuramente sempre è così, ma questa è la tendenza maggiore. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di studiare appositamente per diventare guida turistica con patentino. Nulla di cui meravigliarsi: non puoi improvvisarti guida turistica per lavoro.

bosco avventura
 

Che fine ha fatto la memoria dei protagonisti?

Negli ultimi anni ha iniziato a farsi largo l’attenzione per la Public History e per le fonti e la storia orale, una tendenza che cerca di mettere al centro le “storie” e non solo la Storia, quella istituzionale e dei libri.

Un turismo, dunque, che vive non dei luoghi che vedi, ma delle narrazioni di chi li ha vissuti ed esperiti. Il che ha un grosso vantaggio: quello di stabilire una relazione più umana e calorosa non tra visitatore e opera, fredda, immobile, silenziosa, ma tra uomini, tra chi visita e chi ha vissuto.

Un’opera, un luogo, un monumento, diventa allora veicolo per mettere in contatto mondi differenti.

Così si conosce e ci si conosce: si impara dalle esperienze, dal vissuto altrui, si diventa parte di un mondo diverso, si entra nella fiaba di realtà e persone lontane. E si torna a casa con un nuovo vissuto, umano ed emotivo, più che con qualche data o erudita nozione storico-artistica.

Con beneficio della propria coscienza.

Un luogo, mille narrazioni differenti, tanta potenzialità inespressa

Se il focus non è più sull’opera ma su chi ha attraversato i luoghi, ecco che anche il più infimo anfratto del mondo diventa una fonte inesauribile di storie differenti. Quante persone, popoli, gruppi sociali hanno attraversato una strada, una città, un edificio? Quali emozioni accompagnavano questa transizione fisica? Quali motivazioni? Quali cause?

Insomma, quale è il punto di vista di chi ha vissuto un luogo?

E qui la domanda che ne consegue: quanti hanno ben chiaro questo aspetto? Quanti enti, associazioni, musei, ministri hanno capito l’importanza di implementare la memoria del vissuto, senza banalizzare il tutto con la misera enunciazione nozionistica di cosa si vede?

Inutile sottolineare le enormi opportunità di una “rivoluzione” di tale portata, che non si tradurrebbe unicamente in una rinnovata attenzione culturale.

Significherebbe un’esponenziale valorizzazione di tutto quel che è già “turismo” e la possibilità di valorizzare nuovi luoghi ed esperienze, e dunque nuova memoria portata alla ribalta; la possibilità di coinvolgere nuovi soggetti, più e meno giovani, e nuove categorie sociali: in sintesi, dare risalto a voci altrimenti inascoltate; l’allargamento della coscienza dei locali verso i propri luoghi e la propria storia; nuove opportunità di cooperazione tra enti e soggetti terzi.

Potremmo pensarne altri, ma al momento ci fermiamo qui.

Come visto, non basterebbe poi tanto. Sforzi non proprio minimi, ma di enorme resa potenziale. Staremo a vedere, ben speranzosi.

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